Una Chiesa ultima, come Cristo

Briciole dalla mensa - 25° Domenica T.O. (anno B) - 23 settembre 2018

 

LETTURE

Sap 2,12.17-20   Sal 53   Giac 3,16-4,3   Mc 9,30-37

 

COMMENTO

Gesù annuncia di nuovo la sua Passione. Per tre volte, nei vangeli di Matteo, Marco e Luca, Egli predice ciò che gli accadrà. Tre è il numero perfetto: vuol dire che passione, morte e resurrezione sono l'elemento più importante dei Vangeli. Anzi: sono il Vangelo. Ciò che Gesù «insegna ai suoi discepoli» non è semplicemente l'epilogo drammatico della sua vita terrena con il lieto fine della resurrezione, perché tutta la sua vita e tutto il suo ministero sono stati passione-morte-resurrezione: è il dramma dell'amore divino per l'uomo, amore così concreto da farsi carne donata, amore fino alla fine (cfr. Gv 13,1) e, per questo, amore senza fine, tanto da vincere la morte. Perciò, la Pasqua di Gesù è la chiave di lettura di tutto il Vangelo.
Forse oggi l'ascolto del Vangelo non ha tanto mordente perché non vi ricerchiamo il dramma e il trionfo di tale Amore; mentre siamo più portati a ridurlo a semplice fonte di qualche pensierino morale o spirituale o anche psicologizzante. Invece, che passione e che forza assume quando tutto rinvia alla Passione! Ricordiamo come i Padri erano capaci di questa lettura. Per esempio, san Basilio interpretava la Natività come un'incarnazione-fino-alla-morte, coniando, in greco, una nuova e unica parola per comprendere tutto dentro la Pasqua. Perché Dio è Dio, nel dono di sé, dall'inizio fino al suo compimento nella Passione, dove si fa ultimo per essere e, soprattutto, stare con gli ultimi.

 

Questo annuncio di Gesù provoca un'incapacità di relazione dei discepoli con il loro Maestro, che il Vangelo descrive in maniera da provocare profonda impressione. Infatti, prima si dice che essi «non capivano queste parole», cioè quelle sulla Passione. Una incomprensione che, invece di aprirsi alla ricerca, si chiude nella non comunicazione. Infatti si dice che non avevano il coraggio di porre qualche domanda a Gesù. Poi, lungo la strada, lontano dal Signore, si mettono a discutere fra loro chi fosse il più grande. E, in seguito, quando Gesù li interroga sul loro parlare, essi tacciono. C'è ormai una situazione di incomunicabilità. Ma tutto questo è paradossale: perché Gesù si offre alla sua Passione per essere più vicino e più in dialogo con gli uomini!
I discepoli, invece, continuano a pensare alla figura di un Messia glorioso e trionfante, che dona felicità e benessere ai suoi seguaci. Non hanno nessuna intenzione di sintonizzarsi con la realtà di Gesù Cristo, Servo sofferente per amore, Giusto messo alla prova dagli empi, che lo sfidano nella sua fiducia in Dio, fino a sottoporlo, con sommo disprezzo, a «una morte infamante, perché, secondo le sue parole, il soccorso gli verrà» (prima Lettura). Ormai i discepoli non solidarizzano più con Gesù, e la loro fuga al momento del suo arresto ne sarà solo la triste dimostrazione.
Questo ci insegna che se Gesù ci sembra percorrere strade per noi difficili da accettare e seguire, non dobbiamo rinunciare alla relazione con Lui, prendendo un anticipato congedo da Colui che volevamo seguire, ma dobbiamo trasformare la fede in coraggio e franchezza, che ci portano a porre le domande brucianti il cuore, le incomprensioni dovute al piccolo raggio del nostro amore, le fatiche a coniugare la sequela con l'esperienza dei nostri limiti.

 

L'incomprensione e il rifiuto di Cristo «uomo dei dolori» (cfr. Is 53,2-12), Dio svuotato di se stesso e fattosi servo e obbediente fino alla morte di croce (cfr. Fil 2,5-11), porta i discepoli a reagire con quello che diventerà, purtroppo, uno dei peggiori vizi degli uomini di Chiesa: «Per strada avevano discusso tra loro chi fosse il più grande». Se non si capisce la bellezza del donarsi, ci si rifugia nella gara per il potere. Anche oggi c'è qualche persona, soprattutto nelle alte sfere, che dà spettacolo di concorrenzialità e clericalismo: la critica spietata e gratuita degli altri, la livida lamentela di non essere stato trattato come si doveva, il rammarico astioso e vendicativo per essere stato escluso da qualche incarico, sono l'espressione di questa invincibile sete di potere. Ma questo non nasce solo dall'egoismo, ma anche dall'incomprensione della figura di un Messia che il Figlio di Dio ha voluto rivestire. La brama dell'autorità è il segno del rifiuto di un Cristo che ha accettato di essere maltrattato, umiliato e consegnato alla morte, un Cristo che esercita l'unico potere di amare e di donarsi gratuitamente.

 

La risposta di Gesù è lapidaria e inequivocabile: «Se uno vuol essere il primo, sia l'ultimo di tutti e il servitore di tutti». È necessario occupare il gradino più basso, non quello più alto. Ma bisogna farlo in modo autentico, non con una affettata e ostentata umiltà. Infatti, essere «ultimo» equivale ad essere «servitore» («diacono», in greco): fare tutto per gli altri, senza attendersi una ricompensa, come fa il servo. Ma quello che mi colpisce maggiormente è quella specificazione: «di tutti», nessuno escluso, ultimo e servitore anche di quelli meno considerati, cioè guardare qualsiasi realtà e situazione umana dal basso. Possiamo reagire dicendo che si sembra eccessivo e impossibile, ma dobbiamo comprendere la radicalità della via dell'amore, nella quale possiamo trovarci nella necessità di una rinuncia forte a noi stessi, come capita alle situazioni di tante persone, che, per vivere la carità verso gli altri, si trovano a dover necessariamente mettere da parte se stessi.
Gesù accompagna le parole con un gesto: prende un bambino e l'abbraccia, in questo modo si identifica con il piccolo. Dobbiamo tener presente che i bambini, nella società del tempo, non richiamavano la tenerezza e la dolcezza come avviene per noi: erano considerati senza diritti e senza attenzioni. In una parola: non valevano nulla. Gesù si identifica con questo tipo di persona e indica ai Dodici la necessità di accoglierli, in questo modo insegna a porre al centro ciò che umanamente non vale e non è considerato. Solo così si può accogliere Lui e il Padre. Non c'è relazione con Dio se non si passa attraverso i piccoli e la loro accoglienza.

 

Alberto Vianello

 

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