Purificarci dall’abitudine

Briciole dalla mensa - 2° Domenica T.O. (anno C) - 20 gennaio 2019

 

LETTURE

Is 62,1-5   Sal 95   1Cor 12,4-11   Gv 2,1-11

 

COMMENTO

«Gesù manifestò la sua gloria e i suoi discepoli credettero in Lui»: così il Vangelo di Giovanni conclude il racconto dell'episodio di Cana, nel quale Gesù, alle nozze, ha cambiato l'acqua in vino. Dunque la chiave interpretativa della narrazione è la manifestazione del Signore Gesù. Ed è veramente bello che la liturgia ci proponga questo racconto all'inizio del Tempo Ordinario, dopo la domenica del battesimo di Gesù e dopo l'Epifania. Significa che la manifestazione del Signore non è un episodio semplicemente culminante ed eccezionale, ma si dipana nell'ordinario della vita e chiede di essere riconosciuta dentro le situazioni e le cose che vediamo ogni giorno: non come una scoperta, ma come una sorpresa.
«Questo, a Cana di Galilea, fu l'inizio dei segni compiuti da Gesù»: per Giovanni è come il programma della vita e del ministero del Verbo fatto carne. Lui è lo sposo (cfr. Gv 3,29), che porta a compimento le nozze (procurando il vino venuto a mancare) con la sua sposa, che è l'umanità. L'immagine dell'unione sponsale è cara già all'Antico Testamento per esprimere il rapporto di Dio con il suo popolo. Non è un'immagine che vuole creare un alone romantico o sentimentalistico. Per la Bibbia, il legame fra due sposi rappresenta soprattutto il loro donarsi nella fedeltà, senza venir mai meno. Un amore che sa affrontare tutte le stagioni e le situazioni, che supera tutte le difficoltà e le crisi, che sa rinnovarsi giorno dopo giorno al di là di ogni attrattiva immediata. Così Dio è rimasto sempre fedele al suo popolo, per l'amore che ha per esso, nonostante le sue ripetute e continue infedeltà e abbandoni. Quello di Dio è un amore ferito e fedele. Ebbene, vivere e manifestare tale amore è il programma di vita di Gesù e il senso del suo essere Dio fatto uomo. Il Figlio di Dio non è venuto per portare una legge o una morale, e neppure una fede, è venuto, invece, a vivere l'amore di Dio in mezzo agli uomini, chiedendo a noi soltanto di lasciarci amare da Lui. Un Amore che sarà pienamente manifesto quando, proprio per amore nostro, Gesù accetterà di morire in croce (cfr. Gv 8,27).
Quanto vale allora la mia vita, quanto vale la vita dell'ultimo uomo sulla terra? Vale quanto lo spendersi, per me, di tutto Dio e di tutto il suo Amore. Come cristiani ci è chiesto questo sguardo teologico sull'uomo: vederci tutto l'Amore divino. È evidente, allora, che ogni motivo umano, per quanto ragionevole e sensato (sempre che lo sia), ma che mi porta a prendere le distanze dagli altri uomini - anzi, pretendendo che siano loro a prendere le distanze da noi -, in una gerarchia di valori, deve essere necessariamente messo in subordine a questa visione teologica dell'uomo, e quindi della necessità del suo rispetto e della sua promozione. È questa la sorpresa che ci procura la manifestazione del Signore.

 

L’acqua che Gesù cambia in vino non è un'acqua qualsiasi: è quella delle anfore «per la purificazione rituale dei Giudei». Stare a mensa, soprattutto se una mensa nuziale, era come partecipare a una liturgia. Perciò bisognava purificarsi, come si faceva prima di presentarsi davanti a Dio. Trasformando proprio quell'acqua in vino, Gesù rivela che c'è una continuità, ma anche una rottura e un superamento.
Ci sono tante situazioni della nostra vita nel quale è necessario trascendere l'immediato. Per esempio quando stiamo con una persona: non basta far riferimento a ciò che appare subito di essa o al suo essere usufruibile per noi. Dobbiamo entrare con discrezione e attenzione nella sua vita: anche se fosse un semplice fermarsi insieme per strada. Di quella persona dobbiamo considerare la sua storia, la sua ricerca, il rapporto di conoscenza che abbiamo con lei. Questa è la necessaria «purificazione» che dobbiamo fare per «rispettare» l'altro: cioè per «guardarlo» veramente come è, e vivere così un autentico momento di relazione. E questo vale ancor di più per la relazione con Dio.
Ma Gesù, con il suo gesto, viene a dirci e a portarci molto più di questo. Egli viene a donarci la pienezza della gioia, quella delle nozze, simboleggiata dal vino, che è motivo di festa e di allegria, di esuberanza e di fecondità. L'incontro con l'altro deve allora essere veramente un motivo di festa e quindi di gioia. Non è più sufficiente l'impegno ad accoglierlo, ma, soprattutto, è necessario il riconoscimento che è un regalo del Signore che deve riempire il cuore, come la partecipazione a delle nozze ben riuscite.
Quante relazioni banali, superficiali, scontate noi viviamo! Delle volte, anche, ci nascondiamo dietro atteggiamenti di superiorità o aggressivi, perché ci sentiamo insicuri o perché non ci accettiamo veramente fino in fondo. Per me, per te, per tutti, Gesù è venuto a realizzare queste nozze, perché nessuno si senta deluso dalla vita, in quanto ci può mancare tutto, ma non ci mancherà mai il Signore. E, allora, non deludiamo l'altro escludendolo: non facciamogli mancare l'umanità, perché possa dire di avere incontrato Dio, avendo incontrato te.

 

Alberto Vianello

 

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