La vocazione di un Messia vicino ai lontani

Briciole dalla mensa - 4° Domenica T.O. (anno C) - 3 febbraio 2019

 

LETTURE

Ger 1,4-5.17-19   Sal 70   1Cor 12,31-13,13   Lc 4,21-30

 

COMMENTO

Gesù sfida la sua gente di Nazaret ad aprire lo sguardo verso fuori, altrimenti non ci può essere veramente riconoscimento e fede in Lui e nella sua missione.
Questo domenica leggiamo il proseguo dell'episodio nella sinagoga di Nazaret che abbiamo letto domenica scorsa. Dopo le parole di Gesù, i presenti sembrano rimanere favorevolmente stupiti di Lui: «Erano meravigliati delle parole di grazia che uscivano dalla sua bocca». Cioè riconoscono nel Gesù, diventato uomo maturo, quello stesso favore divino e quella sapienza che erano presenti in Lui fin da ragazzo: quando, a dodici anni, l'avevano trovato a discutere nel tempio. È bellissima anche l'espressione: «Le parole di grazia che uscivano dalla sua bocca», perché richiama Dt 8,3: «L'uomo non vive soltanto di pane, ma l'uomo vive di quanto esce dalla bocca del Signore». Le parole di Gesù sono il pane buono e fragrante che nutre e dà gusto alla nostra vita.
Lo stupore degli abitanti di Nazaret è espresso dal riconoscimento della sua normalità: «Non è costui il figlio di Giuseppe?». Questa esclamazione non esprime incredulità e rifiuto. Lo stupore, in Luca, è spesso la reazione dell'uomo che non è in grado di cogliere un evento soprannaturale (cfr. Lc 1,63) oppure non è capace di percepirne la profondità (cfr. Lc 2,33; 9,43). Gli abitanti di Nazaret non sanno afferrare il collegamento fra «le parole di grazia» dette da Gesù e la sua origine normale, anzi, popolare, conosciuta da tutti. Gesù è un uomo come gli altri: conosce l'impegno e la fatica della vita. Non ha avuto privilegi in quanto Figlio di Dio. Per questo aveva bisogno di tutto il dono gratuito del Padre per vivere la sua vocazione umana e la sua missione divina. La grazia di Dio non è per i buoni, i santi e i perfetti: è per chi misura la propria fragilità e impotenza, e perciò si appoggia a Dio. Per questo, quando Gesù dirà ai suoi discepoli: «Senza di me non potete far nulla», lo dirà perché Lui stesso, come uomo, ha sperimentato la radicale impotenza della sua umanità, e quindi il suo bisogno della grazia divina.
Perciò dobbiamo considerare di più il suo essere «il figlio di Giuseppe» per contemplare la grazia delle sue parole, invece che rimanere stupiti, come i compaesani di Gesù, che non sanno connettere le due cose.

 

Ma Gesù reagisce con un severo e inaspettato monito a questa favorevole, seppur stupita, apertura nei suoi confronti. Li rimprovera per una loro possibile presa di posizione: quella di pensare che, come il medico prima di curare gli altri dovrebbe guarire se stesso, così Gesù dovrebbe svolgere la sua attività prima a casa propria. Non c'è nulla, nelle parole della gente, che faccia supporre questa loro presa di posizione. Ma, per Gesù, il riconoscere che Egli è venuto a portare la salvezza a tutti, non a un solo gruppo eletto, è una condizione essenziale per credere in Lui, talmente necessaria da divenire previa. Se si riconoscono in Lui delle «parole di grazia», si deve riconoscere, insieme, che esse vogliono raggiungere chi ne ha più bisogno, cioè i lontani.
Io sono lì, davanti a Gesù, e ascolto le sue parole. Ma devo credere che esse, nella sua intenzione, mi passano ben oltre e si allungano più lontano possibile, perché un uomo che stia in fondo alla vita e nascosto, e che pensi che lui non merita nulla, si senta invece direttamente interpellato da esse, come «Evangelo», come «Buon Annuncio», come «Buona Parola». Se quelle parole le voglio trattenere per me, impedisco loro di diventare «Evangelo».
Tutto questo si trasforma in un serissimo monito alla Chiesa, verificato da quello che è successo nella sua storia. Non si può trattenere la Grazia per sé, non si può pensare che sia per «quelli di dentro» e non per «quelli di fuori». Al contrario: il Signore non sa cosa farsene di me, monaco e prete; a Lui interessano le persone «lacerate e stanche», ferite nella loro vita, magari per propria responsabilità. Ad esse la sua Parola è offerta come pane buono. La Chiesa deve farsi da parte e deve andare a riconoscere come questa fragranza di pane raggiunga le periferie esistenziali dell'uomo.

 

Per confermare tutto ciò, Gesù mostra la provocatorietà della storia biblica: cita due casi che dimostrano come la grazia divina ha raggiunto degli stranieri, cioè dei lontani dalla fede, prima che i vicini che appartenevano a Israele. E la reazione negativa della gente dimostra come il severo monito di Gesù fosse pertinente: infatti decidono di farlo fuori. Questo denuncia il fatto che si può anche riconoscere che un «vicino», il «figlio di Giuseppe», sia raggiunto dalla grazia divina, ma si rifiuta che questi parli a nome di Dio quando dice di essere venuto a portare tale Grazia a quelli che erano lontani, più che a loro che erano vicini.
Invece, la fede non può essere un vanto e un privilegio, ma un dono gratuito, che deve aprirci alla gratuità verso tutti, soprattutto quelli che non l’hanno mai sperimentata.

 

Alberto Vianello

 

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