L’umanità di Cristo è il futuro del mondo

Briciole dalla mensa - 33° Domenica T.O. (anno B) - 18 novembre 2018

 

LETTURE

Dn 12,1-3   Sal 15   Eb 10,11-14.18   Mc 13,24-32

 

COMMENTO

Il Vangelo di questa domenica inizia con le parole: «Dopo quella tribolazione». Questo linguaggio apocalittico fa riferimento alla distruzione di Gerusalemme: evento che rappresentava la fine di un mondo e l'affermazione di un potere, quello romano, che voleva dominare non solo la terra, ma anche il cielo, mettendosi al posto di Dio. Le parole di Gesù invitano a guardare oltre: «Dopo... il sole si oscurerà, la luna non darà più la sua luce...». Nel Pantheon degli antichi romani, il sole, la luna, gli astri e le potenze celesti erano entità divinizzate: erano elementi cosmici - ma anche religiosi (la Legge) e sociali (la gerarchia, la ricchezza) - che assumevano l'autorità di potenze soprannaturali, rispetto alle quali l'uomo era asservito alla loro venerazione. È quello che è avvenuto, in epoca più recente, con il nazismo, con la sua negazione dell'uomo nella sua diversità - ebreo, zingaro, handicappato, omosessuale - e l'esaltazione della razza pura. Negazione che anche oggi, drammaticamente, rischia di riproporsi. Ebbene, il Vangelo dice che tutto ciò finirà e questo avverrà per la venuta del Figlio dell'uomo: la fondamentale opera della Pasqua di Gesù rappresenta il crollo definitivo delle pretese di venerazione di queste entità e del loro asservimento dell'uomo. Perché, nella passione morte e resurrezione, il Figlio di Dio subisce nella sua carne umana tutte le conseguenze dello scatenamento di queste forze avverse e le vince con la consegna di sé, liberamente e per amore, a nostro favore. Infatti, le medesime parole costituiranno la confessione della propria realtà, da parte di Gesù, davanti al sinedrio: «Vedrete il Figlio dell'uomo seduto alla destra della Potenza e venire con le nubi del cielo» (Mc 14,62).
Perciò la «fine del mondo» non ci sta davanti, bensì dietro; e quello che è avvenuto non è il fallimento del mondo, ma il suo futuro. Gesù Cristo ha vinto tutto ciò che l'uomo, nelle diverse epoche della storia, ha posto come sue «divinità», ciò a cui ha dato valore assoluto, ciò a cui subordinare e assoggettare tutto. Oggi queste divinità sono il potere, il denaro, il successo, la bellezza, il godimento immediato...; tutto ciò che esalta l’”io” personale. Il grande contributo del cristianesimo alla storia è stato di innervarla di tutti quei valori positivi dell'uomo, insegnati da Gesù Cristo, che combattono contro le false divinità, le quali vogliono invece asservirlo. Pensiamo ai valori della rivoluzione francese, che ha dato il via agli Stati moderni, libertà, uguaglianza, fraternità: sono valori prettamente cristiani. Proviamo a pensare che carica rivoluzionaria può avere oggi la fraternità, nella società attuale, dove è proprio il fatto di essere tutti fratelli che un certo pensiero - che cerca di stimolare l'istinto egoista dell'uomo - vuole negare.

Perciò credere in Gesù Cristo e credere nella sua opera di salvezza comporta credere e operare secondo questa opera di trasformazione del mondo che è stata la sua Pasqua. Per quanto l'uomo e la sua sete di potere vogliano negarlo, quest'opera è stata definitivamente compiuta. Non resta altro che aspettare che si manifesti pienamente, come dice la seconda Lettura: «Cristo, avendo offerto un solo sacrificio per i peccati, si è assiso per sempre alla destra di Dio, aspettando ormai che i suoi nemici vengono posti a sgabello dei suoi piedi».

Gesù propone di osservare l'albero di fico: è il primo che germoglia e il suo risveglio primaverile era visto con molta sorpresa e come segno di benedizione. Gesù fa appello all'esperienza: non c'è bisogno di una particolare conoscenza per sapere che quando spuntano le sue foglie l'estate è vicina, anche se, intorno, tutto è ancora secco e spoglio. Il germogliare del fico annuncia un evento lieto, che sta alle porte e arriva certamente. Gesù Cristo è il segno sicuro, come lo è il germoglio del fico, e l'estate, vicina e certa, è la realizzazione del regno di Dio per ogni uomo: il suo progetto umanizzante sulla storia e sulla vicenda umana.
Siamo preoccupati, ma non dobbiamo essere incerti, riguardo alla sorte del mondo: Dio ha preso per mano questa storia, perché ha vinto tutte le forze alle quali l'uomo si era asservito, sconfiggendole sulla croce del Figlio. Non dobbiamo semplicemente vivere i valori che il mondo oggi tragicamente rinnega: dobbiamo vederli come sicuri segni anticipatori della feconda stagione dei buoni frutti: quelli della vita e del godimento fraterno dell'umanità.

Per tutto ciò, Gesù propone la solidità e la validità del suo insegnamento: «Il cielo e la terra passeranno, ma le mie parole non passeranno». Con la sua Parola, Dio impegna se stesso, creando e salvando, e così realizza la qualità essenziale dell'amore: la fedeltà. Il Signore non verrà mai meno alla sua Parola. In questo mondo può capitare di trovarci incerti e insicuri, ma non abbandonati, come dice Paolo: «Siamo tribolati, ma non schiacciati; siamo sconvolti, ma non disperati...» (cfr. 2Cor 4,8ss), perché godiamo della saldezza della parola di Dio.
Per questo motivo, sono inutili e vane tutte le speculazioni sul quando avverranno gli eventi finali e definitivi: «Quanto a quel giorno o a quell'ora, nessuno lo sa». Sono eventi che superano il calendario perché superano l'esperienza dell'uomo: lo portano a ciò che l'uomo è incapace di darsi, cioè un regno di pace, di giustizia, di amore.
Ma le parole di Gesù aprono anche uno spiraglio di comprensione per me bellissimo, quando dice che nemmeno Lui, il Figlio, sa quando tutto ciò accadrà, ma solo il Padre. Eppure Lui sarà l'attore di tutto questo. È affascinante tale accenno a come Gesù ha vissuto la sua umanità; in una totale libertà da se stesso: non si è sentito affatto sminuito dal fatto di non sapere quando avverrà ciò che Lui stesso provocherà. È davvero l'apertura d'orizzonte di una nuova, diversa eppur semplice e autentica umanità: finalmente libera dalla preoccupazione per sé. E’ a questo che Gesù apre il nostro futuro.

 

Alberto Vianello

 

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