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Monastero di Marango

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mercoledì 08 settembre 2010
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L'amato mio Stampa Segnala ad un amico
Angelo ScolaL’omelia del Patriarca card. Angelo Scola pronunciata in occasione della professione monastica di Daniela e alcune foto.
 
1. Chi è l’uomo e chi è Dio
«L’amato mio, l’amato mio, ecco una voce: l’amato mio» (Ritornello del Salmo responsoriale). La “sete di infinito” (cfr. Intervista del 5 giugno 2010 di Gente Veneta a Daniela), il desiderio del compimento totale di sé, è il desiderio costitutivo che ogni uomo, lo sappia o non lo sappia, ha nel cuore. Ma quanto è potente e insopprimibile questo desiderio, tanto l’uomo è impotente a realizzarlo. Dio stesso è venuto a compierlo mostrandosi – a Daniela come a ciascuno di noi qui – in maniera personale, totale, inconfondibile, come l’Amato del nostro cuore. Quando siamo stati investiti da questa Sua tenerezza per noi, abbiamo intravisto quale grazia sia la vocazione.
Nella nostra vita si è introdotto qualcosa di assolutamente unico, diverso, impossibile a noi stessi, che ci ha fatto capire, come mai prima, chi siamo noi e chi è Dio. Tutto il rito della professione che tra poco celebreremo è intriso di questa convinzione.
Testimoniarlo, con la forma stessa della vostra vita, alla Chiesa di Venezia e a tutti gli uomini è lo scopo del dono che viene oggi affidato a Daniela e a tutta la Piccola Famiglia della Risurrezione che vive qui in Marango.
 
2. Amore oggettivo ed effettivo
«Al vederlo restarono stupiti e sua madre gli disse: “Figlio, perché ci hai fatto così? Ecco, tuo padre e io, angosciati, ti cercavamo”. Ed egli rispose: “Perché mi cercavate? Non sapevate che io devo occuparmi delle cose del Padre mio?”» (Lc 2, 48-49). La Santa Famiglia, come i Vangeli la descrivono, è esemplare per tutte le famiglie. Lo è anche e più che mai per la Piccola Famiglia della Risurrezione. I legami che vi si stabiliscono, non privi di drammaticità – “ma essi non compresero” – sono profondamente radicati in Dio e l’obbedienza a Lui ne costituisce il collante indistruttibile. Un amore gratuito, capace di affermare in tutto e prima di tutto il bene e il destino dell’altro, è la sostanza del rapporto quotidiano nella vita della famiglia di Nazaret.
Le parole che Daniela ha scelto di mettere sul retro-copertina del Libretto della sua professione, tratte dal Testamento spirituale di Frère Christian, monaco trappista, martire in Algeri, confermano a noi tutti che questo amore è possibile fino nei casi estremi: «Vorrei che la mia comunità, la mia Chiesa, la mia famiglia, si ricordassero che la mia vita era donata a Dio».
I caratteri essenziali dell’amore – ce lo ricordiamo spesso – sono la fedeltà e la fecondità. Le parole con cui il rito della professione ci parlerà di castità, povertà, obbedienza faranno risplendere la potente bellezza dell’amore verginale. Il sì che oggi Daniela dice davanti alla comunità e alla nostra Chiesa veneziana è risposta grata alla fedeltà di Dio per lei e impegno della sua libertà “per sempre” con Lui. Un per sempre ben espresso dalla scelta stabile di questo monastero. Inoltre il possesso nel distacco che l’amore verginale domanda è una strada generativa senza limiti: «Poiché come la terra produce la vegetazione e come un giardino fa germogliare i semi, così il Signore Dio farà germogliare la giustizia e la lode davanti a tutti i popoli» (Is 61,12). Nel lungo cammino di preparazione che l’ha portata fin qui Daniela l’ha potuto toccare con mano.
Nell’attuale contesto sociale, ad un tempo affascinante e carico di travaglio, i nostri fratelli uomini, gli uomini postmoderni, come si è soliti dire, hanno sempre più bisogno di testimoni di questo amore oggettivo ed effettivo. Siamo pertanto grati per questo a Daniela e a tutta la comunità monastica, anzitutto al priore don Giorgio.
 
 3. Risorti con Cristo
La novità di vita che, nel Battesimo, è donata ad ogni cristiano diventa – attraverso il carisma della Piccola Famiglia della Risurrezione in cui oggi Daniela viene accolta – un compito. Dio bussa di continuo alla nostra porta, chiede il nostro sì, chiede la piena disponibilità a compiere la sua volontà su di noi, chiede di far spazio alla sua opera guaritrice nel nostro cuore peccatore e malato. E fargli spazio significa rimanere in movimento, permanere in un lavoro di conversione, di purificazione delle nostre intenzioni, pensieri, azioni.
Il Santo Padre non cessa per questo di richiamarci alla penitenza. Essa è supplica per il continuo cambiamento di noi stessi. Implica continua educazione al gratuito, immedesimazione al pensiero di Cristo e offerta totale di sé, ad imitazione di Gesù sacerdote vittima ed altare, per il bene di ogni nostro fratello uomo.
Il carisma monastico del Marango che vive questa apertura a 360 gradi a partire dalla preferenza per i poveri rende voi monaci della Chiesa di Venezia – così durante la Sosta Pastorale abbiamo identificato la vostra collocazione nel Patriarcato – un segno efficace della misericordia di Dio che perennemente abbraccia e coinvolge la libera responsabilità dell’uomo.
 
4. Passione all’unità
«Il Signore Gesù che, entrando nel mondo si è consacrato totalmente al Padre e ha dato in sacrificio di olocausto la sua volontà e il suo corpo, può consacrarmi nella verità e sposarmi a sé per sempre, per farmi segno davanti a tutti gli uomini della sua unione d’amore con la Chiesa» (dal Rito di presentazione e accoglienza).
Certo il test più acuto, il segno inequivocabile che il dinamismo della conversione è in atto in noi è l’unità. L’unità che incomincia dall’io e raggiunge, a cerchi concentrici, tutte le espressioni ecclesiali e, tendenzialmente, sociali e civili, manifesta più di ogni altra cosa la novità dell’uomo redento e assicura il permanere della Chiesa nella storia e di ogni carisma nella Chiesa.
Questa passione all’unità che bruciava il cuore di Cristo bruci sempre di più anche nel tuo cuore, Daniela, in quello di tutta questa comunità monastica, nella comunità di fedeli che stabilmente qui si ritrova e in quanti qui cercano pace e trovano accoglienza, ascolto e oggettiva proposta evangelica di vita.
La Chiesa di Venezia gioisce per il dono della tua professione monastica che si aggiunge a quello che, in forme diverse di consacrazione verginale, altre donne hanno elargito quest’anno alle nostre comunità.
Lungi dal generare semplice compiacimento questo dono urge più responsabilità. Nel quotidiano ora et labora fatto di liturgia, di nutrimento alla mensa della Parola di Dio, di studio, di operosa dedizione a quanti bussano alla vostra porta la comunità monastica del Marango esprimerà ancor più il suo amore gratuito alla Chiesa di Dio qui riunita e diffusa su tutta la terra. Non ad una ideale Chiesa dei perfetti, ma a quella che, camminando nella storia senza ruga e senza macchia, non riesce tuttavia ad evitare le fragilità e i peccati del suo personale. Come una madre non ama in astratto i figli ma li ama nominalmente, singolarmente, così noi dobbiamo amarci gli uni gli altri da persona a persona stimandoci sempre in forza del primato di quella comunione che Gesù sacramentato continuamente rigenera in noi e tra noi.
Il Cuore Immacolato della santissima Vergine Maria, che oggi celebriamo, è l’icona del bell’amore. Ad essa lieti ci affidiamo. Amen
 
 
 

Frammenti

Vedendo le folle ne sentì compassione, perché erano stanche e sfinite, come pecore senza pastore

Mt 9,36
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